mercoledì 18 luglio 2012

D di eufonico.


Non tornavo su questo blog da molto tempo, e se non fosse stato per l'incentivo datomi da una nota tennista torinese, probabilmente, non lo avrei aperto nemmeno oggi. Il motivo? Mi sento in colpa. Ma non è un senso di colpa rintracciabile nel fatto che non scrivo un misero post da mesi, non è nemmeno una sensazione di fallimento per il blocco dello scrittore, è più un sentimento di paura scolastica. La stessa ansia che ti assaliva quando scoprivi di aver giocato tutte le giustificazioni di fisica e ti portava a dire comunque alla professoressa incinta "Prof, mi giustifico!" "Ma Ravasio, non hai più giustifiche..." "Ah ops" sperando che capisse che non sapevi niente di niente di quei modelli atomici e che il suo istinto materno recondito (reso forte da un pancione tondo tondo) avesse la meglio su anni e anni di razionalissime equazioni. Dunque dicevo, è quello, è quel morso allo stomaco lì. Il motivo? Sono nel torto. Ho sbagliato. Secondo il mio nuovo Vangelo la d eufonica non sta bene con tutto, non è come il nero, la d eufonica va usata con parsimonia, e io nei miei post ne ho abusato. Ma adesso basta, ora regolo i conti con il passato e risolvo la situazione. Con le mie tempistiche, terminato il lavoro, il Concilio degli Editori Anonimi della Conclave della Santa Inquisizione della Crusca avrà cambiato nuovamente le carte in tavola, però a quel punto io avrò perso la vista a furia di correggere il correggibile e andrà bene così.

domenica 11 marzo 2012

Agnese

L'altra sera sono andata a cena in un'enoteca. A fine serata Agnese si è avvicinata nei suoi 120 cm e mi ha chiesto di disegnare sul menù gli amici seduti al tavolo con me. Il primo non ha destato problemi, il secondo era su uno sgabello e il terzo era vestito da ballerina, con le braccia fatte di nuvole e "A lui ci metto i denti". Mentre bevevo il caffè poi mi ha dedicato alcuni brani del suo repertorio. L'inizio è stato uno scontato, ma mai banale, remix di Lady Gaga, seguito da un monologo-filastrocca molto corporale e veloce (nel quale ha tentato di coinvolgermi), infine, tra una risata isterica e l'altra mi ha proposto una rivisitazione di "Au se te pego". Quando le ho detto "Sai cosa significa Au se te pego?" mi ha risposto "Ti ammazzo". Non è finita qua, terminata la hit, ha proseguito cantando in esperanto una sua composizione, ritmicamente ben costruita, il cui ritornello era, se non erro, "Sandasghen". Durante questa improvvisazione lampo si è distratta: in strada stava transitando un camion della nettezza urbana. L'ha guardato, mi ha guardato e mi ha detto "Lì dentro è pieno di bambini", ma non è bastato questo a gelarmi il sangue. Ripreso il suo piccolo teatrino è entrato suo padre e seriamente le ha detto "Agnese, però fallo bene, non devi ridere". Uscendo ho pensato che Agnese, in tutti i suoi 9 anni e mezzo, sia la persona più inquietante che conosca.


mercoledì 4 gennaio 2012

8 ore d'estate, 12 ore d'inverno.


L'altro giorno ho scoperto che gli gnocchi cinesi quelli che mangio sempre quando vado al ristorante cinese, l'unica cosa che mi soddisfi davvero al ristorante cinese, quelli che ti domandi "Perché li chiamano gnocchi? Son piatti e viscidoni", vengono venduti secchi, sembrano pezzi di polistirolo usato e devono essere messi a mollo per 8 ore d'estate e 12 ore d'inverno. Quale sia il motivo di queste quattro ore di differenza? Non si sa. Come facciano i ristoratori cinesi a sapere quanti gnocchi utilizzeranno? Nemmeno. Conseguenza? Ne fanno molti e li usano per giorni e giorni. Quindi? Ora che andrò al cinese non saprò più che cosa mangiare. Che poi non è che ci vada così spesso, però mi gira il cazzo.

La Zuppiera di Piera

Prima delle vacanze sono andata a pranzo con mio padre e mio nonno Ortensio alla Zuppiera, un albergo-ristorante dove Dario Argento avrebbe potuto girare qualche film e che credo Kubrick abbia usato come modello per il suo Overlook Hotel. Detto questo, mio nonno va a rifocillarsi dalla signora Piera da quando quella povera santa di mia nonna era ancora in vita, e da allora credo che prenda sempre: salamino di antipasto, tagliatelle con il sugo di stagione e se c'è il cotechino. La dieta perfetta per un diabetico, ma su questo sorvolerei.

Per la prima volta, durante quel pasto frugale (che dura in media quasi 2 ore), io e mio nonno abbiamo intrapreso un lungo discorso sui problemi relazionali della nostra famiglia, su come mai quello non parla con quella, su perché lui si è lamentato dell'eredità e su come mai lei non fa gli auguri nemmeno per Natale. Ci siamo confrontati, scontrati, incoraggiati e scoraggiati a vicenda sulle tristi sorti dell'incomunicabilità fino al dolce: la famosa zuppiera (ovvero una zuppa inglese rimaneggiata). Finalmente anche mio padre, che sedeva in religioso silenzio da almeno mezz'ora, ha deciso di dire la sua. Come un animale che si sveglia dal lungo letargo invernale ha alzato la testa e guardato dritto davanti a sé, e con tutta l'aria di qualcuno che sta per svelare al mondo un pensiero profondo, guardando la cameriera che se ne andava con le ordinazioni, ha detto estaticamente: "Secondo me, quella lì è moldava: ha il culo grosso."

UN CAPODANNO DA RICORDARE

A Capodanno ero ubriaca alle 22 e 16 per questo non mi ricordo molto bene come si siano svolti i festeggiamenti. Quello che so di sicuro è che 5 minuti prima della mezzanotte ero in bagno e che quando sono uscita c'erano almeno 3 gruppi diversi che facevano 3 countdown diversi spruzzando spumante in 3 punti diversi, quindi il momento della mezzanotte non l'ho tanto sentito.

Per quanto riguarda il resto, della mia serata, che copre un arco che va dalla suddetta mezzanotte alle 7 di mattina ecco quanto mi ricordo:

1. Giulia che mi dice "Ho il pectus escavatus è per questo che mi è venuta la polmonite l'anno scorso" ed il suo fidanzato che risponde "Quel petto è un buon posto per metterci il pene!"
2. Giulia l'altra che balla sulla scrivania della sala conferenze scaldando vari Tony Esposito.
3. Io e Giulia (quella della scrivania) che entriamo nei locali privati per prendere qualcosa sperando di beccare qualcuno che fa del gran sesso, e invece niente.
4. Uno vestito con lo smoking come 007 (soprannominato per questo 007) con una grossa cicatrice in faccia che mi ha raccontato una storia molto commovente che ora però mi sfugge.
5. Io che vado a prendere una bottiglia di pastis mentre Gala pompa nella sala conferenze.
6. Linda ubriaca marcia.
7. Io che dico alla nipote di Celentano "Ma tu sei la nipote di Celentano!".
8. La milf dietro liceo davanti museo.
9. I cingalesi che ballano in pieno stile Bollywood.
10. Io alle 7 di mattina che imploro tutti di continuare l'after party karaoke e canto "One Love" di Bob Marley.

Credo di non aver dimenticato nulla, ah, si, le Oba-oba ed il ballo del pannolone di Cela.




mercoledì 16 novembre 2011

I Roncatos


I signori Roncatos vengono da Biella e oggi vanno al Museo dell'Automobile di Torino. Hanno preso il treno con un'ora di anticipo così possono arrivare puntuali per l'apertura. Il signor Roncato è uno che non si fa fregare facilmente, l'ho scoperto perché parlava con un'altra signora della sua nuova tariffa con Infostrada che a quanto pare è molto più conveniente rispetto a quella che aveva con Telecom, che poi adesso non fosse per l'ADSL lui non vorrebbe nemmeno il telefono fisso, tanto ha il cellulare, e quelli della Tim con 10 euro al mese ti danno tantissimi minuti di chiamate gratis, gliel'ha detto suo figlio Alberto. E qui interviene la signora Roncato che dice giustamente che "Solo se fai l'abbonamento, se no ti fan pagare un euro al minuto! Ma pensa te, una volta con 500 lire parlavo per almeno un quarto d'ora..." ed il suo sguardo si perde contemplativo. Comunque dice il signor Roncato che quelli di Infostrada sono migliorati, hanno finalmente in gestione le loro linee e non ci vuole molto per fare il passaggio, solo internet non funziona, ma tanto lui è in pensione e quindi non ha fretta. E poi se uno ha proprio bisogno si collega usando uno smartphone come ponte, però gli smartphone costano minimo 400 euro, quindi tanto vale aspettare e risparmiare. Lui facendo così risparmia 360 euro all'anno. La signora Roncato in tutto questo non apre bocca, togliendosi la giacca per una caldana ha incastrato le frange nella cerniera e ora è una bella fatica liberarsi. La sciarpa è pure di cashmire, non la mette mai perché lascia i pelucchi rossi, però è una bella sciarpa di quelle che tengono caldo. In tutto questo il signor Roncato continua a raccontare le sue avventure con i cellulari, una volta erano sul traghetto a Genova per andare non si sa dove, e si è sporto con il cellulare nel taschino della camicia. Ovviamente l'apparecchio è volato di sotto, però per fortuna è finito su una pila di corde e non si è rotto. Ci hanno messo un po' a trovarlo, grazie a Dio si ricordava il numero a memoria per chiamarsi da solo, se no era un bel pasticcio, non per il Nokia da 40 euro, ma perché avrebbe perso tutti i numeri della sim. La signora Roncato interviene per dire "Che ridere, è corso giù veloce come un fulmine e lo cercava facendolo suonare col mio, ed io dall'alto lo vedevo lampeggiare e urlavo per dirgli che era lì, ma lui non sentiva, allora niente" e ritorna sulla sciarpa. Ogni tanto alza gli occhi e con uno strano tic li fa sorridere. Adesso il signor Roncato parla con un'altra signora che a quanto pare ha un labrador, ma lui non è tipo da cani. La signora Roncato interviene e dice "Guarda che bel panorama!", ma nessuno la considera, l'argomento ora è scottante, si sta parlando di mala sanità. Il signor Roncato è stato un pezzo grosso all'ospedale di Biella, ma è in pensione da un po', da quando ha compiuto 58 anni e mezzo. La signora Roncato ce l'ha fatta, ha tolto la sciarpa dalla cerniera, ma la stoffa si è bucata, poco importa, taglia quel pezzettino e ci fa fare un orlo dalla sarta. Che poi non gliene importa molto perché non la usa mai, preferisce quella rosa o quella beige. Il signor Roncato non sta ascoltando, gli si è contratto un muscolo della coscia e cerca invano di superare il disturbo tendendo la gamba. La signora Roncato ripete che la catena montuosa è stupenda, che la sciarpa si può sistemare e saluta le due signore che scendono a Porta Susa, poi si gira verso il marito e gli boffonchia che andare in senso contrario le ha fatto venire la nausea, si alza e si siede vicino a me, profuma di pulito. Il signor Roncato in tutto il suo maglione azzurro mi sorride con quei dentini che si ritrova, apre le mani come quando dice il Padre Nostro in Chiesa poi guarda la moglie e dolcemente le dice "Vado un secondo in bagno".

martedì 8 novembre 2011

Stella polare


Alexander ha circa 30 anni, ma la parola circa non gli piacerebbe, perché Alexander non è uno da più o meno, non è uno che approssima, non è un pressapochista. Ogni giorno Alexander viene in palestra alla Stella Polare, si mette le cuffie, prende la sua bottiglia di acqua Guizza frizzante ed inizia ad allenarsi con una media costante di 3 ore al giorno. Innanzitutto fa stretching, lo fa per ogni singolo muscolo di ogni singola parte del corpo, lo fa per un'ora, e non sgarra mai. Dopo aver riscaldato ogni zona del suo corpo inizia ad allenarsi intervallando esercizi bruti a folli, i tricipiti agli addominali, prendendo la squat ball e facendo cose che costringerebbero chiunque altro su una sedia a rotelle. Dopo tutto questo can can ricomincia a fare stretching, ed è qua, che riscaldato, dà il meglio di sè. Alexander ha un fisico ineccepibile, e lo posso dire perché a volte, quando è estremamente sudato, si tira su la sua canotta grigia e si asciuga il volto: ed in un attimo ecco la copertina di Men's Health. Ma la cosa più assurda di Alexander non è quando fa la spaccata in aria, nemmeno quando facendo gli addominali dimostra a tutti di essere in grado di farsi un pompino da solo, no, l'aspetto che più lo caratterizza è che quando è fuori dalla palestra si veste e si comporta come se fosse una star hollywoodiana: abbigliamento sportivo, cappellino, cappuccio, testa bassa e sguardo furtivo. Per questo e per la sua somiglianza con Eric di True Blood ho deciso di chiamarlo Alexander. Alexander o come diamine si chiami davvero, non ha difetti evidenti, se non uno, misero ed insignificante. Ieri mentre uscivamo dalla palestra in un circolo di sbarre, pulsanti da schiacciare e cancelli, gli ho tenuto la porta e lui squittendo mi ha risposto "grazie", con la voce più stridula che si potesse mai immaginare.




giovedì 20 ottobre 2011

Voglio un balcone


Quando vivevo con i miei a Milano, ogni stanza della casa aveva un balcone, ma per me, quell'angolo di aria aperta dentro le mura domestiche era solo un luogo freddo dove d'inverno stavano i pappagallini. D'estate andavo sempre in vacanza in campagna a casa di mia nonna dove sul ballatoio mettevamo per tutta la giornata le bottiglie di vetro piene che, con il calore del sole, scaldavano l'acqua che poi usavo per lavarmi i capelli. Capelli che venivano asciugati su quel balcone. Un altro balcone era quello della casa al mare, però era chiuso, da quando una volta sonnambula non avevo quasi preso il volo. Quando i miei si separarono cambiai casa e mi ritrovai con un terrazzo in cucina pieno di fiori e un balcone in camera mia pieno di sigarette mezze spente che puntualmente mia madre trovava e per cui puntualmente dovevo sorbirmi la predica. Per evitare di incappare in una madre chioccia arrabbiata non usavo quel balcone, nè tantomeno usavo gli altri. Trasferitami a Torino non mi sono troppo curata della cosa, la mia prima casa in via Cavour non aveva un balcone e probabilmente non aveva nemmeno un impianto elettrico a norma. La mia casa di passaggio in via Gaudenzio (passaggio durato un mese) aveva un piccolo cortiletto interno, ma essendo a pian terreno, non aveva balconi, ma solo inferriate per evitare che i ladri entrassero in salotto. Case di amici con balconi non ne ricordo. La mia terza casa è una mansarda in cui c'è così tanto legno che d'inverno, per un attimo, ti sembra di essere in una baita e ti viene voglia di controllare che in cucina non ci siano gli Wham.

L'altro giorno ho speso metà pomeriggio su un balcone, nonostante la pagaia che a volte era d'intralcio, mi ero dimenticata cosa volesse dire averne uno. O forse non l'avevo mai capito.

Controversia


Volevo scrivere la storia che mi ha raccontato Eba però non la trovo più, mi ero appuntata qualcosa da qualche parte, e adesso, nel vortice che è la mia scrivania tecnologica, non lo trovo più. Quindi scriverò i dettagli che mi vengono in mente. Beh, un giorno è entrato un signore settantenne nella libreria di Eba e ha comprato dei libri. Il giorno dopo è ritornato, ha smanettato un attimo nelle tasche estraendo accendini d'oro, e ne ha comprati altri. Poi il terzo giorno si è presentato (dicendo che il suo nome è stato legato in passato alla cronaca nera torinese, qui tutta la storia) e ha detto che ora aveva un businness su internet, insomma, che in pratica, vendeva cose (mai termine fu più generico) dal suo account ebay. Tra le cose che vende il signor Champagne (che su ebay si chiama Vincenzo Convenienza), oltre a servizi di posate d'argento, gondole veneziane, ninnoli e gigiotteria, ci sono anche i libri di Eba, cioè non quelli illustrati da lei, ma quelli che compra da lei: dei libri della Taschen da 9 euro e 99 che il signor Champagne rivende a 149 euro e 99. E il suo giro di affari ruota eh, vorticosamente. Eba dice che ha anche tutti i feedback positivi, mica come me che per colpa di G. ho una controversia aperta per un paio di converse nere acquistate, per sbaglio, e mai pagate, volutamente, da un rivenditore indiano con sede a Liverpool.




giovedì 13 ottobre 2011

MR


Ieri stavo camminando per i fatti miei, quando cammino sto sempre facendo qualcos'altro così non presto troppo attenzione alle cose. Ieri ad esempio stavo gigioneggiando con il blackberry e per poco non sono caduta inciampando in un cubetto di porfido che fuoriusciva dalla strada sconnessa. Per non perdere l'equilibrio ho guardato avanti e ho visto le chiappe sballonzolanti della cicciona che camminava davanti a me, niente di particolare, ho visto chiappe più tracotanti, punti vita più infelici e caviglie meno sottili (ed il tutto anche su un'unica persona!), però quel sedere dondolante mi ha colpito, perchè sulle tasche di quei jeans per taglie forti, che con tutta probabilità appartenevamo ad una linea cheap dell'Upim (esiste ancora?), ho visto impresse, sotto forma di una cascata di brillantini incollati sapientemente, le mie iniziali. Ricapitolando: ho visto una cicciona che sulle tasche dei jeans aveva una M e una R, enormi, fatte di brillantini. Sconvolta ne ho parlato con due miei amici, il primo con gli occhi fuori dalle orbite mi ha detto "Ma è una storia alla Ubik! Ma è incredibile!", la seconda mi ha raccontato serafica di quando era una cabinotta che indossava solo polo Ralph Lauren e di come un suo amico, un certo R L, le avesse fatto notare che aveva sulle tette le sue iniziali. Ma ancora una volta, questa è un'altra storia, e la potete chiedere a Giulia Valentina.


"No"


I maremmani sono brave persone. Una volta sono andata dal panettiere in un noto paesino che non citerò, entrando ho salutato cordialmente, e dopo aver guardato la parete di pane che si estendeva dietro la signora detentrice del negozietto, ho domandato "Avete del pane?". La signora mi ha cordialmente risposto "No". Ne è passata di acqua sotti i ponti, ho dovuto superare lo scoglio del bar con barista ricchione, della tabaccaia che crede sempre che le voglia rubare qualcosa, del ferramenta che vende a tutti le cose illegali ma non a me, ma ora, finalmente, dopo 3 anni tutti mi rispondono quando gli parlo. Ora mi hanno finalmente accettato, ma credo dipenda dal fatto che mia suocera un giorno mi ha introdotto in società nel negozio di alimentari di Giuseppina, ma questa è un'altra storia.


mercoledì 12 ottobre 2011

Ho gli occhi verdi, forse è questo che fa paura alle persone.

Mi chiamo Luca, ho circa 30anni e oggi devo fare un viaggio in treno. Non viaggio mai, però oggi devo andare a trovare un amico a Chivasso quindi prendo il treno. Siccome non viaggio mai non so bene cosa portarmi dietro, quindi porto un po' di tutto, uno zaino, un sacchetto di plastica, una bottiglia di acqua ed una felpa della Reebok, mal che vada la appoggio da qualche parte. Porto con me anche una Bibbia, la mia Bibbia, tutti leggono i libri, a me piace rileggere la Bibbia. Il treno è in ritardo di venticinque minuti così quando salgo c'è una calca incredibile, però sono fortunato, ho una buona stella, ho trovato posto. Mi sono seduto davanti ad una ragazza con i capelli rossi, ha la faccia molto sbattuta, chissà da dove arriva. Non ho tanto tempo però per domandarmelo, voglio rileggere il Vangelo di Matteo perché c'è un punto che non mi torna. Lo rileggo. E mentre lo rileggo mi accorgo cosa c'è che non va, presto, datemi il mio quadernone gigante e la mia penna bic: devo scrivere! Nel giro di pochi secondi le cose che ho scritto non mi sembrano più giuste e forse dovrei sbarrarle e apporci sopra un numero. Mentre lo faccio sento gli occhi di tutti puntati su di me, forse ho esagerato anche questa volta. I due slavi qualche posto più in là si danno gomitate e la ragazza che ascolta l'ipod ha la fronte corrugata. La devo smettere, non di scrivere, ma di piangere con le mani giunte a preghiera. Ho gli occhi verdi, forse è questo che fa paura alle persone.

mercoledì 5 ottobre 2011

100

La prima volta ci sono andata con mia mamma, avevo dieci anni e nessuno che volesse venire con me perché ero una bambina con evidenti problemi relazionali rintracciabili nel fatto che non avessi amici al di là di Matteo Cerro, il ragazzo che abitava davanti a me e per cui nutrivo una cotta inspiegabile (per altro Matteo se mai leggerai questo post sappi che ho molestato ogni tuo omonimo su Facebook). Di quella prima volta non mi ricordo molto, se non che avevo pensato, giorni dopo, che a me, quel Leonardo lì non era piaciuto poi tanto e che lei era grassa con le tette pronte ad esplodere in quel corpetto senza via d'uscita. Qualche anno dopo, durante un'assemblea scolastica ho visto quello che succede sempre nelle ultime file al buio della sala: uno dell'ultimo anno palpeggiava una dell'ultimo anno mettendole diciotto centimetri di lingua in bocca, proprio mentre stavano proiettando un film della Pixar di cui non ricordo il titolo. La cosa mi aveva scioccato e potrei tranquillamente descrivere entrambi e come la mano di lui agiva indisturbata sotto la maglietta di lei, che era sottile e verde ospedale. Il film non mi aveva colpito, ricordo solo che c'erano dei giocattoli soldato, però, per anni, ho desiderato limonare così. La cosa si è realizzata dopo un po', forse complice il fatto che da bambina problematica ero diventata una ragazza problematica che veniva da un'altra città. Durante il liceo ci sono andata spesso, ma il ricordo vivido è di quella volta che il mio migliore amico dell'epoca mi ha costretto ad andare a vedere il terzo capitolo di una saga senza aver visto i primi due. Mi sono addormentata e svegliata alla fine con un tremendo dubbio in testa: perché un treno era entrato in una casa? Bah. Poi ci sono state tutte le volte dei festival da radical chic, tutte quelle di pomeriggio da sola, quell'unica volta in cui sono dovuta uscire dal cinema (un pescegatto che si scopa una principessa è troppo anche per me), le volte che dicevo agli altri che andavo al cinema invece uscivo di nascosto con lui per non farmi beccare da mia madre, la volta che sono andata per il mio compleanno in compagnia di qualche ricchione a cui però, stranamente, il seguito di quel film non è piaciuto (esluso il momento con Liza Minelli), i 100 film visti a casa che puntualmente se sono in televisione si beccano già iniziati e se sono scaricati sono in una lingua incomprensibile o privi di finale, quella volta che ho scelto il film partendo da una pila interminabile e alla fine si è optato per il burro, tutte le volte che, insieme a Giulia sul divano, ho visto il film dove Nicolas Cage fa il panettiere senza mano, e quella in cui ho rischiato di rimanere intrappolata dentro al cinema perché aveva iniziato a nevicare forte e i tuoi tergicristalli non funzionavano. Quella, tra tutte, è stata sicuramente la più bella, nonostante fossimo andati a vedere un film i cui protagonisti si chiamavano Berni e Patani.









lunedì 3 ottobre 2011

Lo sguardo del sorpassato.

Ho la patente, ma non guido, il perché è qualcosa che il mio fidanzato si è chiesto per anni, poi ci ha messo una pietra sopra, poi si è incazzato, poi ha borbottato e alla fine se ne è dimenticato. Non so bene cosa non mi spinga a guidare, ma questo mio non guidare mi permette di cogliere delle piccole sfumature che il guidatore non coglie. La cosa che mi affascina di più attualmente, dopo mesi di adorazione per le tendine dei camion (e tutto il loculo del camionista in sè), è il momento del sorpasso, che brividi. Quello che mi piace fare è ovviamente guardare chi c'è nella macchina che intralcia la strada al ritardo, ma se il mio è semplicemente uno sguardo incuriosito, il tuo è lo sguardo infastidito di chi crede sia il suo turno dal panetterie ed invece scopre che ci sei tu. Amico, avevi solo da prendere il tuo numero.


Partendo dal presupposto che siamo in un Paese libero e che se tu vai piano, io ti sorpasso, non capisco perché tu mi debba guardare con quella faccia. Cosa ti ho fatto? Niente. Sorpasserai altre macchine dopo la nostra, probabilmente ti fermerai all'autogrill ed altre macchine ti sorpasseranno, al semaforo sarai tu a sgasare e a partire per primo e in coda al casello la tua sbarra si alzerà dopo di quella del tuo vicino. Semplicemente è la vita che si declina in tempistiche diverse. Ti assicuro che anche io verrò sorpassata a mia volta, te lo giuro, però basta con quello sguardo da pizzinno e basta guardare il Gran Premio. Tutto questo fissarti su una macchinina che gira intorno ad una pista per un numero indefinito di volte senza arrivare da nessuna parte che non abbia già visto, ti sta lentamente dilaniando.
Goditi i tuoi di sorpassi e lascia correre quelli altrui, smettila con quei fari, con quei clacson, smettila di dire "Levati" quando vuoi passare e "Ma che fretta hai? Stai calmo!" quando ti suonano perché sei lento come la morte, quanta ansia, quanto spreco di tempo, quanto nervoso e voglia di rompere specchietti e tamponare macchinoni.

Ah ecco, ora mi ricordo perché non guido.

Cristina.

Sabato ho preso per l'ennesima volta l'ennesimo treno, l'orario che avevo scelto non era dei migliori, il mio treno a due piani con prese di corrente, sarebbe arrivato alle 19.45 a Milano Centrale, ovvero: il treno preferito dagli zarri di Rho. Gli zarri di Rho, come previsto, non mancavano, ed erano anche abbastanza su di giri per il fatto che c'era non solo quale mega festa di musica elettronica non so dove, e quindi, credo per scaricare l'adrenalina, camminavano su e giù come pazzi, facendo le vasche stile sabato pomeriggio in centro, sbattendo i piedi e chiamandosi con inconfondibili "minchia oh". Fatto sta che io la notte prima avevo dormito 4 ore e per questo in tutto quel vociare fracassoso, in quelle suonerie a volumi ignobili e grida da gita delle medie, cercavo un piccolo angolo di pace. Non ero l'unica a cercare l'angolo, lo cercava anche lei, che mi piacerebbe chiamare con un nome da darkettona, ovvero Crisitina.


Il look di Cristina non mi aveva per niente colpito: corpetto a forma di pipistrello, già visto, calze a rete rotte con anfibio con zeppa, niente di incredibile, tatuaggio a forma di morso di vampiro sul collo con collare con borchie appuntite, nella norma, trucco nero molto marcato, unghie nere, mille piercing, capelli rasati, fin troppo modaiolo. Quello che però mi ha colpito di lei è stato il suo essere socievole. Tutto è nato dal passaggio di un gruppo di zarri, che cordialmente le hanno urlato "Minchia come sei vestita guarda che Carnevale è a Febbbraio". Lei imperturbabile ha sorriso, li ha fatti passare e dopo un minuto mi ha detto "Poverini, è che sono troppo ubriaca per mettermi a litigare" e io ho risposto "Eh anche io nottataccia ieri..." e lei "Si, ma io ho vomitato 12 volte" ed io "Azz..." e lei "E pensa che ad un certo punto mio cugino mi ha dovuto tenere la testa..." e io "Ma dai, carino" e lei "Si peccato che poi mi abbia detto di spostarmi che doveva pisciare, ma ho avuto un altro conato e gli ho vomitato sul cazzo."

Grazie Cri, tvb.

giovedì 15 settembre 2011

Un giorno da Victoria


Oggi mi sono svegliata e non capivo bene dove fossi perché era tutto buio, allora ho urlato e subito è corsa Felicia, la ragazza che viene a fare le pulizie da me ogni giorno, e ha aperto le tende ed è entrata la luce: che bello, fuori ci sono delle cose!
Allora mi sono alzata e sono subito corsa a guardarmi allo specchio, nuda, per controllare che tutto fosse sotto controllo: ho proprio un bel fisico, soprattutto con questa abbronzatura. Mi sta molto bene l'arancione. Si, mi piaccio. L'unica cosa è la mascella, da quando me l'hanno spaccata e ricostruita non riesco bene ad addentare le cose, ma che mi importa: io non mangio mai.
Mi sono spalmata la crema, poi mi sono guardata un po' allo specchio, che occhi grandi che ho. Poi ho fatto colazione con 3 chicchi d'uva, un cucchiaio di cereali con il latte e una tazzona di caffè, poi sono corsa in bagno e ho vomitato tutto. Mi fa sempre effetto mettermi le dita in gola, soprattutto ora che ho le unghie non mie di gel, ho paura che si stacchino. Dopo aver vomitato mi sono data una controllatina allo specchio e si, mi trovo carina, ho fatto bene a fare la piega permanente. Infatti i capelli oggi mi stanno proprio bene! Sono così gialli! Proprio come piace a me. Poi niente solite cose, mi sono fatta qualche iniezione di botox, ho comprato un cane, sono andata a fare yoga, ho provato dei rossetti in un negozio e la commessa mi ha sgridato perché li provavo sulle labbra allora le ho spiegato che tanto è come se fossero di plastica però non capiva e voleva farmeli provare sulla mano, ma io mica li metto sulla mano! Che scema!
Poi ho pranzato con un uomo, non lo conosco bene però offre sempre lui, non capisco nemmeno molto bene cosa mi dica, però tanto io non ho niente da dire quindi può parlare anche lui. A pranzo, non ho nemmeno toccato la forchetta, mi sono guardata i piedi tutto il tempo, chissà quando potrò rifarmeli, vorrei almeno due o tre numeri in meno, mi basterebbe un 40.

Durante il pomeriggio sono andata a provarmi dei vestiti, però non mi piacevo, mi sentivo strana e gonfia, così ne ho presi solo 59 e gli altri li ho lasciati lì. Poi sono entrata in un negozio assurdo non avevano neanche un vestito, ma solo queste cose di carta con tante pagine e tutte delle cose scritte sopra che non ho ben capito però mi sembravano tipo quei ferma porta, o anche si, quelle cose che mettono in casa sugli scaffali. Vabeh! Belli eh, però son tutti uguali... e poi li hanno tutti. Noi in Svezia da Ikea almeno facciamo le cose più colorate e pesanti, tutte di legno!
Verso sera sono andata a fare aperitivo e ho mangiato 3 olive, ho questa fame che mi accompagna da tutta la giornata. Chissà cos'è! Le olive non le ho vomitate, non avevo voglia, e poi ero in un posto dove il pavimento del bagno è sempre umido quindi sarei potuta scivolare, e l'ultima volta che è successo mi si è rotta un'unghia, e quella non è stata per niente una bella giornata. Invece oggi è stata bella!

Quando sono tornata a casa però, mi sono accorta che qualcosa non andava. Sono andata in bagno ed è successa di nuovo quella strana cosa che non riesco a spiegarmi! Succede ogni tanto, ogni due o tre mesi, in pratica ho delle perdite di sangue per qualche giorno e sono costretta a mettere il perizoma ed il proteggi slip che non sta poi così bene perché esce fuori dal perizoma. Ho provato a parlarne con qualcuno, ma tutti ridono e dicono "Dai Victoria, smettila!" e io non capisco molto bene, però rido. Ora vado a dormire, speriamo di non svegliarmi di nuovo con quel brutto buio! Un saluto da me e dai miei piedini!



mercoledì 7 settembre 2011

La zarra che aspettava con me.

La valchiria che ho visto sulla banchina della stazione di Genova Principe (nota per il fatto che fa schifo) mi è rimasta impressa nella mente. Trentanni, di quelle che non saranno mai magre, ma ci provano senza riuscirci, indossava un paio di jeans rotti color ghiaccio così bassi che le si vedeva il perizoma, a quadretti, rosso, verde e nero, con piccoli inserti in pizzo. Sopra i pantaloni sfoggiava una canottiera nera con un bel disegno di due grosse labbra, l'interno delle labbra era un pattern fatto con tante piccole bandierine inglesi, sopra la canotta, un gilet di jeans, scuro, con applicazioni di strass sulle tasche. I suoi capelli erano lunghi, ribelli, tinti di giallo, rosa, e nero (non escludo la presenza di qualche capello posticcio), il suo naso, come le sue labbra circondate di nero, e le sue tette, rifatto. Sull'avambraccio? Un tribale stile braccialetto che ben si combinava con quello enorme sulla schiena (che ho visto sempre grazie a quei jeans di cui sopra). Le sue sopracciglia disegnate, asimmetriche, le conferivano uno sguardo sempre stupito, chissà se questa fosse una scelta stilistica o meno. Ma la cosa che mi ha colpito di più è stata questa, dopo aver cercato qualcosa nella sua borsa (marca Angel Devil), si è messa una mano sotto l'ascella e se l'è annusata. A questo punto credo cercasse un deodorante in stick, ma non ne sono così sicura, il suo sguardo sempre attonito non è stato di aiuto. Credo però che il suo fosse un animo romantico, l'ho capito dalla rosa, tatuata, con tanto di gambo e spine, che fuoriusciva dal suo generoso decoltè.

Questo non è niente, in confronto.



sabato 20 agosto 2011

The smoked salmon socialist

In questo post troverete caratteristiche fondamentali che riuniscono i radical chic di tutto il mondo, di ogni età, sesso e colore di capelli, anche se, se fosse per loro, sarebbe sempre meglio rosso.

Se è del contadino è meglio, se no solo biologico.
Al cinema mai nei multisala, mai di mercoledì e possibilmente in lingua originale.
Indossare i capi di abbigliamento firmati, ma solo se di dieci anni fa e consumati.
Non usare acqua in bottiglia di plastica, ma una caraffa con depuratore, lo stesso vale per la bottiglietta da mezzo litro.
Come borsa? Una shopping bag con scritto "Io non uso borse di plastica".
Tra i vari supermercati fidarsi solo della Coop.
Comprare prodotti in vacanza, portarli a casa, fare una cena tra amici e raccontare la storia del prodotto.
Non truccarsi.
Indossare gioielli minimali, oro escluso.
Andare in vacanza in Toscana, ma in Maremma, in Corsica, ma nella parte interna, in Portogallo, ma nell'Algarve, in Francia ma nelle Fiandre (guida utilizzata: Routard).
Leggere l'Internazionale da cima a fondo e non solo le ultime pagine.
Citare il personaggio di Madame Bovary.
Avere un cane di razza, ma preso al canile.
Macintosh
La musica? Un po' di tutto, basta che non ci sia un video.


Avrei voluto scagliarmi maggiormente contro la categoria, ma ne sono evidentemente una portavoce. Adesso chiudo, sto partendo per la Corsica.


giovedì 18 agosto 2011

Il circolo vizioso estivo


In vacanza c'è qualcosa che non torna, mai. Dunque partiamo dal principio: sono in ferie (come direbbe un qualsiasi impiegato 9-18) e quindi mi rilasso, mi godo la vita, spendo e spando, mangio tanto e non faccio nulla, perché? Ma ovvio, perché dopo un duro anno di lavoro non mi merito alcuno sforzo. Ed ecco che qualcosa scricchiola, si, perché quando sono in vacanza, nella maggior parte dei casi, sono al mare, in costume. Ecco lo scricchiolio sinistro che si ripropone, dunque dicevo, sono in costume e in costume uno vuole essere in forma, tonico, snello, far vedere tutti quei mesi di palestra, tutte quelle lezioni di gag, tutte quelle corsette al parco mentre gli amici bevono il birrino dell'aperitivo sull'erba, tutte quelle privazioni di pizza rossa e vodka tonic. Eppure, quando si è in vacanza, come detto in precedenza, ci si rilassa, e anche i muscoli si rilassano (primi fra tutti gli addominali, che in un secondo sono pronti ad assumere la forma del bombolone), e si mangia, si mangia tanto, si va nei ristorantini, si provano le cose tipiche, non ci si preclude nulla: tanto si è in vacanza! Ed intanto i chili persi d'inverno iniziano a tornare, felici e spensierati come quelle famiglie che in spiaggia si portano le melanzane alla parmigiana.
E così ci si ritrova a passare l'estate in un costante stato di indecisione: mangio i tortelli burro e salvia alla sagra oppure prendo solo una bistecchina ai ferri? La mattina dormo oppure vado a correre? Pranzo in spiaggia: focaccia unta o frutta fresca?


Maledetta vacanza, io i tortelli 'sta sera non li mangio (la scusa è che non li digerisco).

martedì 16 agosto 2011

La grattatina

Ci sono alcuni che per me sono veri e propri misteri, e non sto parlando del perché comprarsi i jeans rotti sulle ginocchia e tutti lisi sul culo anziché un paio di normalissimi Lewis blu che diventano così consumati solo dopo 10 anni. Non sto nemmeno parlando di questa terribile moda dei colpi di sole sulle punte dei capelli lasciando la radice nera, ho sempre ipotizzato si trattasse di un tentativo di ritorno al colore naturale, in realtà, dal parrucchiere ho potuto notare come questa pratica del "rendimi donna delle pulizie" sia fortemente richiesta. Sto parlando invece del gesto maschile costante e mai criticato: la grattata ai coglioni. Ora, io posso capire che in quella zona, con il caldo, con le mutande, con l'attrito dei pantaloni, la situazione pruda, ma perché il rapido movimento di grattatina è così sdoganato? Ho visto chiunque farlo, quindi non venitemi a dire che è una cosa degli zarri che vogliono mettere in mostra il pacco, non parlatemi neppure di sabbia nel costume perché questa faccenda si svolge anche a dicembre con 2° gradi che ti scaldano le membra, e non voglio sentire nessun "Eh ma se prude!".
Quale tacita regola è stata siglata secoli orsono per cui se a me prude una chiappa devo sopportare il temibile prurito, fingere indifferenza e semmai, e dico SEMMAI, andare in bagno, mentre se al primo Luca di turno prude la zona x se la gratta selvaggiamente?
Abbiamo avuto la minigonna, abbiamo avuto il voto, abbiamo anche la possibilità di rifarci le tette in Brasile, perché sopportare tutto questo?